PARTE SECONDA : Tratto dal libro di Andrea Grieco : Vivere Alcalini Vivere Felici

PARTE SECONDA

girl-waterNella prima parte del mio articolo, sui rapporti fra equilibrio acidobase della matrice extracellulare e gestione della salute (e/o della malattia), ho accennato ai risvolti importanti che questa questione ha per lo sportivo. Vorrei un po’ approfondire questi risvolti.

Intanto, vorrei fare una precisazione terminologica: molti si sentono “sportivi” solo perché parlano spesso di sport o perché un paio di volte alla settimana fanno un’oretta di attività fisica. Per “sportivo”, intendo una persona che, una volta che abbia compreso il ruolo fondamentale che ha l’attività fisica nel mantenimento della salute fisica e psichica, si dedichi con assiduità, quotidiana, ad uno sport, agonistico o non.

Ovviamente, il livello di riflessione che va attuato, è diverso se si parla di sport ludico o agonistico. Il primo non viene praticato in funzione di gare, ma solo come pratica salutistica; il secondo presuppone un impegno intenso, sul piano psicofisico, e scelte comportamentali ben precise, sull’alimentazione e sulla integrazione alimentare.

Essendo io stesso uno sportivo agonista, nel ciclismo cicloamatoriale, non senza stupore assisto ad una prassi molto diffusa: non ci si rende conto, da parte della maggior parte dei praticanti sport agonistici, sopratutto amatoriali, che quando alla macchina-corpo umano si chiedono prestazioni più o meno esasperate, non si può prescindere dall’interrogarsi su quali siano i comportamenti alimentari da assumere e da quali integratori alimentari ricevere quel plus di aiuto di cui l’organismo ha bisogno. Mentre il concetto di allenamento muscolare come mezzo di miglioramento della propria performance si dà per scontato, altrettanto non è per l’alimentazione e l’integrazione alimentare da seguire.

Non esiste, fra gli sportivi, professionisti e non, una seria cultura della buona alimentazione e della opportuna integrazione alimentare, e laddove si sia convinti che questa debba esistere, tanto da farsi seguire da medici sportivi e/o dietisti-nutrizionisti, si assiste ugualmente a errori grossolani che finiscono col ridurre le prestazioni muscolari e in senso lato la resa atletica.

Uno degli errori più ricorrenti, che solo nell’ambito del bodybuilding e della pesistica viene evitato, per il lavoro intenso che viene fatto sulla massa muscolare, è una carenza di apporto proteico che, a lungo andare, irrigidisce il metabolismo in un atteggiamento catabolico, certamente “nemico” di un atleta che voglia ottenere il meglio da se stesso.

Nell’attuare questo errore, noi italiani siamo più a rischio, in quanto ci sentiamo depositari della cosiddetta “dieta mediterranea”, che però, grazie a campagne informative approssimative, ha finito per essere assimilata con “pasta, pane, pizza e un po’ di verdure, legumi ed olio extravergine di oliva”. Il risultato è che, il facile instaurarsi di regimi alimentari sbilanciati dalla parte dell’assunzione di carboidrati rispetto agli altri elementi (proteine e lipidi), genera un iper-insulinismo, che sappiamo essere forse l’errore alimentare più dannoso alla salute; a questo si aggiunge, e questa è una nozione che ci viene dalla visione acidobase della salute, che i cereali (da cui derivano pasta, pane e pizza) sono acidificanti e quindi portatori di una miriade di possibili effetti nocivi sulla salute che nel mio libro “Vivere alcalini, vivere felici”, elenco con dovizia di particolari. La convinzione più diffusa, un vero e proprio falso mito, è che carboidrati = energia, e che pertanto molti carboidrati = molta energia.

Le conoscenze fisiopatologiche che ruotano attorno alla dieta acidobase, sconfessano sopratutto la seconda uguaglianza: molti carboidrati non aumentano assolutamente l’energia dello sportivo, ma anzi la diminuiscono, per la stanchezza che insorge quando la matrice extracellulare va in acidosi cronica. Questa acidosi cronica inoltre, irrigidisce i muscoli ed i relativi tendini, i ligamenti e le fasce connettivali, predisponendo l’atleta a stiramenti e rotture tendino-muscolari e ligamentose. Un esempio per tutti: osserviamo la frequenza con cui, nella nostra nazionale italiana di calcio e nei nostri club, si osservano stiramenti muscolo-scheletrici, rotture e “tendiniti” (secondo me c’è un abuso del suffisso “ite”; questo infatti, porta verso una infiammazione, che però non si trova quasi mai, in quanto per parlare di infiammazione occorre la soddisfazione dei suoi classici segni, cioè tumefazione, arrossamento, calore, dolore, funzionalità alterata…chi ha esperienza di questo tipo di problematiche nello sportivo, sa che nell’abusata diagnosi di “tendinite”, ad esempio, mancano quasi sempre l’arrossamento ed il calore, segni cardine della diagnosi di infiammazione. Si tratta, invero, di casi di tendinopatia da acidosi, entità clinica purtroppo ancora molto poco conosciuta): ai calciatori vengono dati in modo quasi ossessivo pasta, pane, marmellata, crostate, maltodestrine ecc…il risultato è che l’organismo ed i muscoli si acidificano, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti (facile fatigabilità, crampi e facilità a lesioni tendinomuscolari).

Muscoli rigidi, soggetti a crampi e stiramenti, tendini fragili, ligamenti pronti a distorsioni, non sono disturbi ineluttabili per lo sportivo, ma inquadrabili, sì in errori di allenamento, ma anche in una errata alimentazione ed integrazione alimentare. Una Medicina Sportiva moderna ed una pratica sportiva consapevole, per le ragioni sopra esposte, non possono prescindere dalla conoscenza dell’equilibrio acidobase della matrice extracellulare.

Perché “rivoluzione”? Perché “alcalina”?

Rivoluzione”, perché l’alcalinizzazione può essere una grande novità per tutti, ma soprattutto per coloro cui le persone si rivolgono per ritrovare la salute (medici, chirurghi, naturopati, nutrizionisti e tutti coloro interessati alla questione “salute”) e che possono inserire nel proprio ragionamento clinico il concetto di “terreno biologico” quale elemento fondamentale per spiegare la genesi delle malattie e trattarle in modo più articolato.

Rivoluzione”, perché le implicazioni che l’alcalinizzazione ha sulla salute sono eccezionalmente positive, tanto positive da farne una via importante per il ristabilimento ed il mantenimento della salute.

Rivoluzione alcalina” perché comporta un cambio di mentalità per il medico e per il paziente: non si alcalinizza e non ci si alcalinizza per sopprimere un sintomo o dei sintomi, bensì per favorire un riequilibro, per agire “pro” funzioni da ristabilire e non solo “contro” sintomi, talvolta innocui, pur se fastidiosi. Nessuno dei due, né il medico né il paziente, è abituato a ragionare in termini “pro”: il medico cerca i sintomi, per prescrivere un sintomatico; il paziente si aspetta un sintomatico per i suoi sintomi. Il paziente vuol stare bene subito, ed il medico vuole che il paziente non si lamenti più, per non doverlo rivedere in studio, di lì a breve, ma anche per non doversi confrontare con la frustrazione di sentirlo lamentare, malgrado la “cura”. In questa fretta di prescrivere un farmaco ed assumerlo, appare come una rivoluzione il pensare di migliorare la qualità del terreno biologico per ritrovare la salute.

Alcalina” perché è l’opposto della acidosi (o acidità). L’acidosi è il grande nemico, che, soprattutto nei paesi occidentali, a più alto tenore di vita ed a più diffusi stili di vita acidificanti, innesca una battaglia quotidiana con i sistemi alcalinizzanti dell’organismo (sistemi tampone, riserva alcalina) e con tutte le pratiche alcalinizzanti (alimentazione a base di ortaggi verdi, attività fisica, rilassamento psicofisico quotidiano, assunzione di giuste quantità di acqua).

È una rivoluzione possibile, ma al momento attuale più che altro una speranza di rivoluzione: il medico è troppo abituato a fare le sue prescrizioni farmacologiche, perché è stato formato a fare questo; il paziente è troppo affezionato alla sua prescrizione e non vuole rinunciare a questo elemento fondamentale della relazione col suo medico.

Solo quando il medico si porrà la domanda “Come posso aiutare questa persona?”, potrà aprirsi a nuove conoscenze e nuove strategie di cura; finché la domanda rimarrà “Cosa prescrivo?”, rimarrà aperta la sola caccia al sintomo, che poco cambia, se non a volte in senso peggiorativo, nella qualità del terreno biologico.

Un esempio pratico: parliamo di raffreddore. È una malattia solitamente leggera, autolimitata a pochi giorni. La diagnosi viene fatta sui sintomi: rinorrea (il naso che cola), starnuti, mal di gola, tosse, dolori muscolari, disappetenza, febbre ed altri sintomi minori; la terapia va a sopprimere questi sintomi (vasocostrittori nasali per ridurre la rinorrea, analgesici ed anti-infiammatori, ecc.) ma non aiuta l’organismo a risolvere in tempi più brevi la malattia. Altra cosa sarebbe se, non volendo solo prescrivere sintomatici, ci si chiedesse come poter aiutare quell’organismo a superare prima i suoi problemi. Questo si ottiene migliorando la risposta immunitaria e stimolando le funzioni emuntoriali (disintossicando l’organismo), deacidificando quell’organismo, correggendo le alterazioni del pH.

Questo cambiamento di atteggiamento nei confronti della malattia, richiede che, nel rapporto medico-paziente, non sia il ricettario da compilare l’elemento cardine della relazione. Se, come accade nella maggior parte dei casi, sia il paziente che il medico sanno di dover concludere il loro incontro con una prescrizione di qualche farmaco, sarà questo che si verificherà, e quindi il livello della terapia rimarrà sul piano del sintomo da sopprimere. Se invece della domanda “Quale farmaco devo prescrivere?”, il medico si chiedesse “Come posso aiutare questa persona?”, la prescrizione del sintomatico perderebbe immediatamente la sua valenza di elemento fondamentale di quella visita, a vantaggio di strategie più ampie di miglioramento della risposta dell’organismo all’aggressione in atto. Trattare i sintomi può essere utilissimo ed anche indispensabile in situazioni acute, dove la vita del paziente è messa a repentaglio. In molte malattie croniche, invece, il trattamento dei sintomi non è il miglior servizio che si può offrire al paziente, il quale, sì, avrà meno sintomi, ma non potrà mai dirsi guarito (all’interruzione della terapia si avrebbe la riaccensione di quei sintomi repressi momentaneamente dai farmaci). Non a caso, a parte le terapie sostitutive ormonali, la maggior parte dei farmaci sono “anti-”, cioè contrastano sintomi.

Occuparsi dell’equilibrio acidobase della matrice extracellulare, vuol dire entrare nella logica di migliorare il terreno biologico su cui la malattia inizia e si sviluppa; vuol di dire aiutare veramente a ritrovare la salute, dove perduta, ma anche mantenerla. Si va a pieno titolo nell’approccio preventivo delle malattie. Tutte le malattie possono essere prevenute e migliorate mantenendo lievemente alcalino l’organismo. Certo, non è la sola cosa da fare, nell’ottica delle prevenzione, ma è un imprescindibile punto di partenza. Vedremo come questa non sia una opinione da far propria o meno, bensì una realtà scientifica da comprendere ed accogliere.

Da qualche tempo sempre di più si parla di acidosi, di equilibrio acidobase, di alcalinizzazione. Sui libri e sulle riviste si correla l’acidosi al sovrappeso, all’obesità, alle allergie, ai dolori, alle cefalee, al diabete, alle infiammazioni, alla stanchezza, agli squilibri ormonali, agli stati di ansia, alla depressione, ai tumori, ecc.

Si parla genericamente di “intossicazione da acidi”, ma non viene data una spiegazione sui meccanismi che dall’acidosi portano a queste varie situazioni. L’acidosi si verifica quando il pH è inferiore a 7.
Questo parametro indica la misura dell’acidità della matrice extracellulare (e mai del sangue!).

Dalla qualità di quest’ultima dipende sia la salute delle cellule sia lo scambio di informazioni fra i vari organi e apparati. In particolare, il suo pH deve essere lievemente alcalino, cioè intorno a 7.4.
In condizione di acidosi, la cellula si infiamma e finisce con il soffrire progressivamente fino, nei casi più gravi e duraturi, a morire. Responsabile di questa condizione è una diminuita capacità dell’organismo a metabolizzare gli acidi, che si aggrava con l’età.

Un’altra condizione importante è determinata da errate combinazioni alimentari costituite da una prevalenza di cibi acidificanti rispetto a quelli alcalinizzanti. Con la “giornata tipo” che proponiamo, impariamo come stabilire un equilibrio ottimale.